Etica - Rolando Larcher


Sono stato invitato ad esprimere un parere ai deprecabili fatti, recentemente accaduti in alcune zone boulder. Della materia specifica non sono sicuramente un esponente di spicco, la saltuaria pratica del bouldering, non mi permette un commento adeguato. Quando però si parla del rispetto delle rocce, siano di 3 di 30 oppure di 300 metri, la questione etica ci unisce tutti indistintamente. Un mio commento a riguardo, potrebbe far sorridere quei pochi ed oramai attempati, che si ricordano (nonostante l'arteriosclerosi) che uno dei primi scavatori in Italia, è stato proprio il sottoscritto nel 1986. Che la situazione potesse degenerare, me l'aspettavo un pochino. E' qualche anno che riscontro nelle giovani leve, fatti e commenti che facevano presagire un abbandono del rispetto etico per le rocce. L'ambizione gioca certamente dei brutti scherzi e ci fa compiere delle azioni ingiustificabili. Ma questa è solo una delle cause. Il positivo avvento dei muri artificiali, ha incrementato i praticanti ed il livello ma hanno anche sconvolto l'approccio mentale alla roccia vera e propria. Roccia che deve essere considerata il fine unico dei nostri sforzi. E' purtroppo consuetudine vedere, sentire e ragionare in questi termini:
scavo o costruisco due prese per rendere il tiro omogeneo;
arrotondo le prese, perché sono dolorose;
queste prese naturali non sono valide, devi tenere solo quelle che ho costruito;
mancano i gradi facili qui, quindi è doveroso scavare;
ed altre cose simili.

Queste sono logiche conseguenze del pannello e di coloro che hanno cominciato a scalare alla sua ombra. Volenti o nolenti il lato sportivo dell'attività attuale prevarica inevitabilmente quello naturale e spontaneo originario. Pertanto ben vengano queste iniziative di "promozione etica" che penso siano l'unica strada valida da percorrere per limitare i danni. Non è colpa sicuramente di questi giovani scalatori ignorare certe cose, loro fino ad ora non le hanno vissute. Però non devono farsi scappare le occasioni come questa, per completarsi come sportivi, perché una cognizione storica ed etica è importante quanto la consueta seduta di allenamento. Con questo non voglio dire che si scava solo dopo l'avvento dei pannelli artificiali, ben prima si è cominciata questa pratica. Come ho già detto uno dei primi fui proprio io. Spinto sicuramente dall'ambizione , ma anche dalla voglia di migliorare in strapiombo, in mancanza allora del fantomatico pannello, mi cercai due pareti aggettanti ed a forza di colpi del trapano demolitore costruii un 8a ed un 8a+. Il danno in se stesso non era grave, avevo cercato due linee altrimenti innarrampicapili, ma il guaio grosso, che poi compresi, era l'esempio negativo che proponevo. Avevo scavato ai limiti delle mie capacità che allora non erano molto distanti dal livello massimo raggiunto in Italia, ma questa era solo un attenuante . Ognuno ora si sentiva autorizzato a scavare in base al proprio egoistico livello, senza considerare le capacità massime raggiunte e quelle raggiungibili in futuro. Compresi che scavare era ed è un mezzo per violentare la natura ed un insano atto di presunzione. La roccia non è una cosa rinnovabile, per tanto siamo noi che dobbiamo adeguarci a lei e mai il contrario. Ma soprattutto dobbiamo ricordarci dei nostri figli ed a chi sa quale livello raggiungeranno. Abbiamo un obbligo morale nei loro confronti che ci deve spingere a porre dei limiti ed autoregolamentare la nostra effimera intensa passione, in modo che anche loro possano un giorno vivere e gioire quanto noi.

Rolando Larcher