|
Il pensiero di Andrea:
Sono convinto che l'arrampicata tutta, e il bouldering in particolare,
malgrado la sua incontestabile posizione di nicchia nell'orizzonte degli
sport praticati nel nostro paese, abbia una valenza straordinaria e
un potenziale didattico notevole e ancora inesplorato nei confronti
delle altre discipline.
Qual è un altro sport dove può diventare campione del mondo un normale
lavoratore che si allena nei ritagli di tempo?
Quale altro sport praticato da oltre un milione di persone nel mondo,
voglio dire?
Lo stesso professor Donati, nel bene e nel male paladino dell'antidoping
nel nostro paese (responsabile del progetto "io non rischio la salute"),
ha detto recentemente, in un convegno a Bologna, "il doping sta cominciando
ad entrare anche nell'arrampicata".
Da un lato è un grido d'allarme, dall'altro è il riconoscimento
autorevole di come il nostro sport rappresenti davvero uno degli ultimi
baluardi di purezza, di esempio da seguire! Bene: io sono convinto che
la mentalità che induce al doping sia la stessa che induce a
truccare la roccia, a manipolarla, specie nel caso dello scavo di vie
e di blocchi già liberati.
"Non riesco, quindi trucco le carte
per prendermi comunque i meriti della riuscita", sia che il premio abbia
una natura economica oppure che conferisca una sorta di affermazione
all'interno del branco...
Anche chi scava per far scalare gli amici insegue l'affermazione nel
branco, cerca il consenso del gruppo attorno al suo lavoro.... Questo
è ciò che dobbiamo fermare, ciò che dobbiamo stigmatizzare.
Per evitare che anche nell'arrampicata si affermi il valore del risultato
a tutti i costi, per impedire che si normalizzi il doping dello scavo
per sembrare forti oppure buoni perchè apriamo vie per il popolo.
E' responsabilità prima di tutto di chi ha in mano l'informazione, in
secondo luogo di chi ha in mano le federazioni sportive: da sempre affermo
che all'arrampicata non puoi mettere bandiere, perchè quello che pratico
io, che pratica Calibani, che praticano Lagni e Core è la manifestazione
di uno stile di vita, non della ricerca del podio.
Se il podio arriva tanto meglio, ma guai ad assolutizzare la necessità
che l'arrampicata diventi sport olimpico, come se in assenza dei cinque
cerchi non ci possa essere sport.
Se riusciamo a spezzare l'anello ideale tra aiuto artificiale (doping
o scavo che sia) e vittoria, allora l'arrampicata ha già vinto
tutti i cerchi necessari e la mia generazione potrà trasmettere
un testimone importante di lealtà e rispetto ai giovani climbers
che vengono dalle sale.
Quello che altre discipline olimpiche non avranno mai è il bosco, il
gres, la polvere, il muschio da spazzolare; il potersi inserire in questo
contesto sudando per riuscire a salire in cima a un blocco, ma senza
bandiere, senza rabbia se l'amico è passato e noi no.
Il blocco è sempre lì ad aspettare una giornata migliore, un livello
migliore di allenamento e di feeling...
Salvo che, come dice Lemaire, il blocco non ci sia più, perchè qualcuno
gli ha sfogato contro la rabbia di non passare. "Kharma", in effetti,
non c'è più, così come è accaduto a "Mi fune", perchè qualcuno è stato
così malato, così "dopato" dall'ansia di affermazione da pensare di
essere più furbo o più potente di un pezzo di roccia...
Lottiamo perchè l'arrampicata resti un modo divertente per accostarsi
alla natura e nulla di più; perchè è già tantissimo. A me, per esempio,
ha riempito la vita...
Con rispetto
Andrea Gennari Daneri
|